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VERSO UN ALTRO HABITAT

36 progetti e realizzazioni di

Luigi Pellegrin architetto

un e-book di Michele Leonardi

 

 

Verso un Altro

Habitat

Verso un altro habitat - Vol. I, Cap. 12

 

 

 

PER fare architettura non c’è bisogno di una collezione interminabile di regole.  Migliaia di leggi non sono il presupposto per una società più sana.  Volendo tutelare tutto e tutti alla fine non si tutela un bel niente. La complessità non è data dal numero.

Nemmeno lo sviluppo economico compatibile con l’ambiente [115] o la bioarchitettura sono di per sé garanzia di qualità in fatto di architettura.

 

Personalmente sono sempre stato interessato ai temi dell’ecologia, che seguo dalla fine degli Anni ‘70, e sono da sempre appassionato a qualsiasi tema che riguardi la scienza e la tecnica.  Non sono di certo un neoluddista che agogna la distruzione delle macchine o un anarchico che invoca il ritorno all’arco e alla freccia, per quanto sarebbe senz’altro una vita sana.  Fermare all’improvviso il cosiddetto progresso sarebbe come buttarsi giù da un aereo in volo.

Tuttavia non credo che da sole determinate ideologie, per quanto siano apportatrici di elevati valori, possano aiutarci a costruire un mondo migliore. 

 

Una società che ha bisogno di fare continuamente appello a norme comportamentali strettamente codificate è una società malata, che non ripone nessuna fiducia nelle innate capacità umane tendenti all’armonia.  L’educazione, la convivenza civile, l’atto creativo, il dialogo, non sono basati su migliaia di regole, ma su pochissimi semplici valori, che ciascuna cultura e ciascuna persona chiama in modo diverso, ma che in realtà sono universali ed innati. Tutte le regole e regolette con cui dobbiamo convivere ogni giorno, non sono altro che decorazioni aggiuntive.

 

La stessa cosa vale in architettura.  Non abbiamo bisogno di fare esercizio sfrenato di sociologia, antropologia, tecnologia impiantistica, materiali innovativi e quant’altro per fare una buona architettura.  Per costruirci nuovi habitat non abbiamo bisogno né di annientare l’ambiente naturale, né di distruggere le città del mondo.  Dobbiamo costruire un’altra storia, altre storie, altri modi di concepire e guardare al mondo che ci circonda.

 

I modelli abitativi che vedremo nella seconda parte illustrata di questo libro, cioè alcuni progetti selezionati di Luigi Pellegrin architetto, non sono certo l’unica alternativa possibile alla prassi edilizia corrente prevalente nei mostruosi habitat-città contemporanei.  Possono però sicuramente essere, se non addirittura adottati come modelli, quanto meno trasformati in qualcosa di altro e di nuovo, ed in ogni caso possono valere come esempio metodologico.  E se nemmeno verranno mai accolti come esempio di metodo, dimostrano che esiste la possibilità di elaborare risposte lontane anni luce rispetto a quelle offerte dal consolidato fallimentare modello habitat-città contemporaneo.

 

Pellegrin ebbe a dire una volta: “un buon progetto può essere sempre trasformato in un altro progetto”, in qualsiasi momento.

Una “buona” architettura può essere il punto di partenza di un nuovo progetto, non un clone della prima, non un esercizio di stile o un manierismo, ma un’altra architettura, un nuovo processo affatto uguale al precedente.  Se un progetto non contiene in sé questa qualità, è un progetto sterile, una sorta di immutabilità ideale che non trova corrispondenza nella dinamica della realtà, ossia nella realtà del mutamento, dell’infinito divenire e destino dell’umile materia. 

Quindi in questi progetti di Pellegrin non stiamo ricercando delle regole e delle soluzioni universali ad essi sottese per giungere alla definizione di modelli abitativi innovativi, perché non ci interessano le teorie astratte, né un’ennesima oziosa teoria urbanistica ed architettonica.  E nemmeno stiamo combattendo contro i mulini a vento cercando di propagandare un certo ideale di quella che qui, in questa sede, abbiamo definito indicativamente come “architettura sistemica”.

 

Indicare non vuol dire che sia necessario guardare il solo dito indice, bensì è l’atto di mostrare una direzione, in un contesto più ampio del dito stesso.

 

Se la civiltà contemporanea non è ancora pronta per l’industrializzazione dell’edilizia, in fin dei conti, a noi che ce ne importa?

C’è così tanta mano d’opera a basso costo nel mondo che forse non ha nessun senso accorciare i tempi di realizzazione delle costruzioni con la prefabbricazione leggera, pesante o parziale che sia.

Che necessità c’è oggi di produrre in fabbrica cellule abitative, oppure macrocomponenti delle abitazioni con tanto di finiture interne sempre realizzate in officina, comunque non in opera?  Perché insomma si dovrebbero produrre case più o meno come si producono le automobili?

 

Perché questa è la verità, e tutto il resto è una menzogna, che prima o poi si rivela per quello che è. 

Viviamo nell’epoca della riproducibilità e della quantità.  Si producono quantità immense di qualsiasi cosa.  Per non farci travolgere da queste mostruose quantità non possiamo non essere sistemici.  E’ l’unico modo per addomesticare la quantità priva di qualità, e per contrastare la rapida obsolescenza di tutta questa oggettistica inutile che ci portiamo appresso come una zavorra. Per ridurre qualsiasi spreco di tempo, di denaro, di risorse.

 

Da quando l’Architettura ha smesso di sognare, non si tratta più di fare buona o cattiva architettura:  non c’è più architettura, ci sono solo     frammenti, isolati brani di poesia, a volte. Ma si può mai delegare il fare architettura al caso, alle leggi di mercato, o alla tecnologia?

La società è conscia dei costi di questa assenza di organizzazione del proprio territorio?  Intuisce forse gli alti costi psichici, non solo materiali, di questo stato di cose?  Certo che lo intuisce e che ciascuno lo sperimenta sulla propria pelle, altrimenti non si spiegherebbe perché così tante persone non vedono l’ora che arrivino le vacanze per ritrovare se stesse.  Se così non fosse, rimarrebbero quasi sempre nella loro amata città, piuttosto che fuggire in luoghi esotici e a volte pure artefatti, spesso più finti dell’habitat-città in cui vivono abitualmente.

 

L’uomo “è alla costante ricerca della felicità ma, per sua stessa natura, non gli è mai possibile raggiungerla completamente e in via definitiva, né  tramite i rapporti con gli altri né con l’attività creativa". [116]

Come afferma Anthony Storr, il suo non essere perfettamente integrato nell’ambiente, il suo non essere in uno stato statico di equilibrio psicologico, è proprio ciò che gli ha fornito, che ha fornito all’umanità, la prerogativa di adattarsi all’ambiente stesso, o meglio, di forgiarlo in parte secondo le proprie esigenze e visioni, almeno finora.

E per il futuro delle nuove generazioni speriamo che questa capacità di adattarsi non cessi mai, ed anzi che si possa potenziare con gli strumenti più sani che abbiamo a disposizione:  l’arte, la scienza, la letteratura, la poesia, la conoscenza, la spiritualità, il dialogo, la cultura, la curiosità per il mondo che ci circonda, e soprattutto con i nostri più banali, ma autentici, atti quotidiani.

 

Questa lunga introduzione ai progetti di Pellegrin riguardanti l’habitat è essenziale per capire come questo architetto si sia trovato a volte spontaneamente e a volte intenzionalmente a confronto con le strategie di lungo termine.

“Spontaneamente” in quanto il seme dell’architettura di Pellegrin è da ricercarsi nell’architettura organica, negli amati Louis Sullivan e Frank Lloyd Wright, e persino nell’architettura razionalista del maestro Le Corbusier, anche quando questa matrice è riconducibile in alcuni casi alla pura empatia.

“Volutamente” in quanto Luigi Pellegrin decise intorno al 1963 di non scendere ad alcun compromesso con la logica della palazzina, del “pezzo”, o detto più diplomaticamente: del “brano” di architettura.  Una scelta molto coraggiosa, che successivamente, a distanza di circa vent’anni, gli sarebbe costata cara in termini di realizzazioni, sebbene egli abbia realizzato molto di più di quanto si possa pensare.

 

Io stesso, disgustato dalla logica del brano di architettura, tuttora imperante in tutto il pianeta, mi sono deciso a pubblicare questo libro, il quale afferma almeno una verità inconfutabile:  se non vogliamo convivere con l’abbruttimento delle città moderne e con l’anarchia degli anonimi villini e capannoni industriali sparsi nelle campagne [117], dobbiamo compiere delle scelte coraggiose e tentare nuove strade.

Ma chi se lo può permettere come progettista di tentare l’innovazione tipologica?

Ben pochi.  Tutti i progettisti addetti ai lavori – compresi gli architetti di fama internazionale -, sono totalmente assoggettati alla committenza, sia essa un ente pubblico che un privato.  Uscire fuori dal seminato, ovvero proporre modelli abitativi innovativi, si traduce automaticamente nel perdere il cliente, perdere un concorso, perdere di competitività e pure il consenso di chi fa informazione.

 

Perciò si può fare innovazione solamente nel ristretto ambito di ciò che determina il consenso. Si può “innovare” il brano di architettura, cioè quello che fino a questo punto abbiamo chiamato con il suo vero nome: il pezzo. 

In questo momento il sistema del consenso (il cosiddetto conformismo) ti permette di progettare e realizzare il tuo brano in modo più ecosostenibile, ma guai a chi prova a fare qualcosa di più:  integrazione, sinergia, innovazione tipologica, sperimentazione, ricerca “trovata”, cioè ricerca fruttuosa approdata a nuovi positivi risultati.

 

In questo stato di cose, ancora una volta di più, l’architettura, così come l’artigianato, la ricerca scientifica, la poesia, l’arte, la musica, la religione, il dialogo, la solidarietà, la conoscenza, il pensiero filosofico, e innumerevoli altre attività e manifestazioni del nostro modo di essere nel mondo, rappresenta la possibilità di riscatto rispetto ad un ambiente che è diventato puro dominio della Tecnica, e di una Ragione che è stata privata della sua radice illuministica e dei valori dell’umanesimo.[118]

 

Secondo il filosofo Umberto Galimberti l’umanità è arrivata ad un punto di svolta storico.  Ormai non dobbiamo più chiederci “che cosa possiamo fare noi con la tecnica,” ma “che cosa la tecnica può fare di noi”.[119]

“La tecnica non tende a uno scopo,” – prosegue Galimberti – “non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela verità:  la tecnica funziona.”

 

La grande intuizione di Luigi Pellegrin consiste nel filo conduttore che accomuna tutti i suoi progetti, ovvero  la possibilità da egli prefigurata di ristabilire l’armonia tra le parti: umanità, natura e tecnica, un’integrazione ed una sinergia realizzabili solo con l’architettura.

 

Questo libro è dedicato al Maestro.

 

Roma, 10 agosto 2000 - 10 luglio 2012

                                

                                                  Michele Leonardi

 

 

 

 

 

 

 

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[115] “Nessuno ha la verità in tasca” (vedi D. e D. Meadows), ma ormai è troppo tardi per uno “sviluppo sostenibile” globale, poiché ci rimane in realtà solo l’opzione di una “ritirata sostenibile”, cioè la decrescita economica immediata (vedi J. Lovelock) per evitare o quanto meno attenuare gli effetti del “collasso” (vedi J. Diamond) finale di tutti i processi ecosistemici terrestri ossia quelli di autoregolazione del pianeta. Ciascuno a modo suo, ma ce lo dicono e ce lo spiegano chiaramente in tanti, per esempio: Donella e Dennis Meadows, con Jorgen Randers in “I nuovi limiti dello sviluppo – La salute del pianeta nel terzo millennio”, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2006; James Lovelock nel suo “Gaia – La rivolta di Gaia”, Ed. italiana Rizzoli, Milano 2006, op. cit.; Jared Diamond in “Collasso - Come le società scelgono di morire o vivere”, di Einaudi Ed., Torino 2005, op. cit.  E non è gente che ama fare oroscopi, né scherzare: si tratta di eminenti scienziati con i piedi ben piantati a terra, gente che dimostra quanto afferma.

[116] Da Anthony Storr: “Solitudine, il ritorno a se stessi”, “Il desiderio e la ricerca della completezza” pag. 235, Mondadori Ed., Milano 1991.

 [117] Non si capisce perché ci siano tanti vincoli e restrizioni sul decoro delle abitazioni, quando a pochi metri da esse sorgono gli orribili prismi di troppi capannoni industriali senza arte né parte, poiché non è per nulla vero che le brutture sono pure economiche, e nemmeno vero che sono automaticamente antisismiche.

[118] Per chi fosse interessato all’argomento, vedi di John Ralston Saul:  “I bastardi di Voltaire – La dittatura della Ragione in Occidente”, Bompiani, Milano 1994; i degenerati di Voltaire sono coloro che hanno ridotto la Ragione, il buon senso, ad una pappetta insapore:  la razionalità.

[119] Umberto Galimberti, “Psiche e Techne:  l’uomo nell’età della tecnica”, Feltrinelli Editore, Milano 1999.

 

 

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