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VERSO UN ALTRO HABITAT

36 progetti e realizzazioni di

Luigi Pellegrin architetto

un e-book di Michele Leonardi

 

 

La Città: una modalità abitativa superabile

Verso un altro habitat - Vol. I, Cap. 8

 

La città è concentrazione di genti, luogo degli scambi di beni e servizi, di lavoro e di istruzione, luogo di incontro e di svago, meta di pellegrinaggio spirituale e culturale, un caos apparente di attività umane.  Ogniuno si muove in questa entità spaziotemporale e ne occupa una porzione con uno scopo ben preciso o con nessuno.  La città è sempre stata un luogo singolare, un luogo dove trovare qualcosa e per ritrovarsi con gli altri, su uno sfondo molto ampio dato dall’ambiente rurale e dall’ambiente naturale non addomesticato.

 

Ma più di tutto questo, il valore che alimenta l’idea e la realtà di una “città” moderna e pacifica, dovrebbe essere il sentimento di appartenenza ad una grande comunità, la quale in realtà si estende oltre i limiti fisici della stessa città e abbraccia l’intero territorio circostante compenetrandosi con le altre realtà urbane.

Nelle città contemporanee questo intrinseco valore unificante si stenta sempre più a percepire.  Paradossalmente più venivano abbattute le vecchie mura di cinta difensive, più si recidevano le radici delle città.  Il legame con il territorio circostante, per le moderne città contemporanee, lo si è perso progressivamente mentre aumentava la segregazione funzionale urbana e man mano che le funzioni degli spazi pubblici venivano assorbite nell’ambito del privato.  La televisione soppianta la piazza, il riproduttore musicale soppianta il concerto e così via.

Nel passato esistevano numerose e rituali occasioni di incontro che portavano a rafforzare il senso di appartenenza ad una comunità.  La costruzione di una casa per gli sposi poteva impegnare nella solidarietà gli abitanti di un intero villaggio.

Nelle città moderne gli spazi deputati alle relazioni sociali sono frammentari, oppure esigui.  Per intenderci, non basta per esempio una chiesa, una cattedrale, una moschea, insomma il solo luogo dedicato al culto per “ricucire” tutto l’abitato circostante e tutti gli abitanti, o gruppi di essi.  Fuori del Tempio c’è di nuovo il nulla.

Perché?  Perché non esiste una struttura urbana - fisica, architettonica – globale, la quale faccia da collante fra le singole parti e sia adeguata alla dimensione e alla complessità della società contemporanea.  Così – fuori dai luoghi del “Sacro religioso” e del “Sacro laico”, cioè fuori dagli edifici per il culto, fuori dai musei e dai teatri  -prevalgono l’utilitarismo e l’eccesso di informazione.

Il “profano” non è il centro commerciale, lo stadio;  il profano è l’assenza di struttura organizzativa formale e funzionale, è l’assenza di gangli vitali come poteva esserlo un tempo il foro per gli antichi Romani.

L’assenza di una struttura connettiva che non sia quella puramente meccanica dei mezzi di trasporto, determina un accumulo di edifici speciali che non sono in alcun modo relazionati tra loro, e nemmeno con il tessuto urbano ordinario residenziale.  Stiamo parlando della prassi consolidata a livello mondiale, non certo delle rare eccezioni a questa anonima realtà urbanistica moderna.  Il fallimento dello zoning, della pianificazione urbana per zone omogenee, non ha finora portato ad alcun serio ripensamento, e in molte città in espansione non c’è affatto alcun zoning, eppure i risultati sono sempre gli stessi:  squallide periferie prive di alcun carattere.

Nel tempo, sebbene molte funzioni urbane siano state soppiantate dalle nuove tecnologie, altre nuove ne sono emerse.  Sono emersi i nuovi riti collettivi degli spettacoli di massa, come le partite di calcio, di football, di basket, i concerti di musica pop, rock, heavy metal, il rito tutto giovanile e tribale del ballo nelle discoteche celebrato nei fine settimana.  Luoghi dove puoi entrare, ballare, uscire e, incredibile a dirsi, in mezzo a tanta gente non riesci a conoscere nessuno.  Rimane il rito collettivo.  Come al cinema:  grandi masse vanno al cinema, ma quando ne esci non hai conosciuto in genere nessuno, non c’è stato alcun contatto, al più avrai scambiato all’inizio due parole con i vicini di fila durante l’attesa per fare il biglietto.  E insieme a queste forme di spettacolo persistono tutte le altre più classiche, come i concerti di musica tradizionale, lirica, gli spettacoli teatrali e di danza moderni e tradizionali.

I grossi centri commerciali, gli spazi per lo sport e il tempo libero:  i cinema multisala, i centri sportivi, gli impianti sciistici, i parchi divertimenti a tema, acquatici, lunapark, disneyland varie, ecc.  Tutto questo è a pagamento, e non è sufficiente per costruire una comunità coesa.

Il centro civico delle città odierne, quando c’è, è quasi ovunque rappresentato da un centro direzionale costellato di singoli monumenti come auditorium, biblioteche e stadi, ma al di fuori degli orari di lavoro e delle ore della durata dello spettacolo o del loro uso, questi “centri” diventano una monumentale terra di nessuno.

Al contrario di quanto avviene invece nei centri storici delle città:  il teatro, la chiesa, il municipio, il museo, sono tutti saldati alla piazza, a una miriade di case strette una accanto all’altra, alle caratteristiche geografiche locali, il fiume, il lago, la collina.

 

Nell’insieme le funzioni urbane che troviamo nelle città – che sarebbe meglio chiamare più in generale funzioni architettoniche per il sociale – non sono affatto poche o indifferenziate:  dagli uffici ai negozi, dal teatro alle scuole, e via dicendo.

Il problema, è importante ribadirlo ancora una volta, è che questi luoghi e queste architetture non sono in generale tra loro interconnessi organicamente.

Quasi sempre constatiamo che queste funzioni sono state localizzate secondo astratti e rigidi criteri programmatici o secondo concreti e duttili criteri speculativi che non tengono conto del contesto spaziale e sistemico in cui si andrà ad inserire l’edificio, bensì dei profitti ricavabili nell’immediato o nei primi dieci anni a venire.

Tra questi due estremi esiste invece un vasto campo di azione in cui si possono incontrare sia gli interessi collettivi che quelli particolari.  Se ciò è stato possibile nelle città del passato di tante civiltà, perché mai non dovrebbe esserlo oggi?

Non ci sono scuse per giustificare la nostra irresponsabilità ed indifferenza.

A nessuno è finora venuto in mente di ripensare gli standard urbanistici: distanza minima tra i fabbricati, densità abitativa e tutte quelle altre norme che dovrebbero produrre un abitare di qualità, ma che non raggiungono lo scopo.

Se dovessimo adeguare i centri storici a questi grossolani standard, dovremmo per assurdo raderli al suolo, dal momento che le distanze tra gli edifici sono quasi sempre ridotte a pochi metri, eppure proprio i centri storici sono la parte più ambita delle città.  Spostandoci nei sobborghi trionfano questi standard urbanistici figli dell’architettura razionale moderna. 

La finalità di questi standard urbanistici era stata quella di liberare il mondo dalle grinfie degli speculatori immobiliari, di dare più aria, sole, luce, verde, servizi ai cittadini, ma con quali risultati?   Prati verdi sì, ma desolati e buoni solo per portarci il proprio fido a fare la pipì, e poi, tanto, tantissimo asfalto.  Un cinema multisala?  E giù asfalto.  Un centro commerciale?  E giù altro asfalto.

 

Un ulteriore elemento di disgregazione dell’unitarietà e della coerenza della forma urbana contemporanea è data dall’informazione.  Cosa c’entra l’informazione con la forma urbana?  L’informazione si pone attualmente come un filtro tra le persone nell’illusione che possa essere un primario veicolo di dialogo.  Fra noi e gli altri si frappongono sempre tante cose, come la televisione, la radio, il telefono, la rete telematica, internet, il telefonino e tutte le nuove diavolerie.  L’illusione è che questi mezzi di comunicazione possano agevolare i rapporti interpersonali.  Invece ci si rende conto che esiste una soglia oltre la quale essi diventano un ostacolo al dialogo e ai rapporti interpersonali.

 

Il vero dialogo rimane sempre quello che possiamo avere faccia a faccia, e se non esistono luoghi deputati a questo fine il dialogo diventa sempre più difficile.

La parola che viaggia è un valore, la parola scritta è un valore, ma essa chiede anche di essere accolta in un luogo dedicato ad essa.  Essa chiede di risuonare in posti speciali, non di rimanere un mero scambio d informazioni, di dati che non vengono mai elaborati, discussi, integrati, fatti propri.

 

Non esistendo invece luoghi elettivi di incontro, la gente si sposta freneticamente da un punto all’altro di un territorio altamente congestionato chiamato città spendendo tempo e denaro – ma soprattutto energia psichica - nell’inseguimento di una meta che non c’è.

Chi vive nelle città spenderà interi anni della propria vita in questi spostamenti che non attivano il nostro corpo ma lo menomano, dal momento che avvengono nella semi immobilità che ci forniscono l’automobile, il motorino, la metropolitana, la motocicletta.  Un uomo quasi sempre seduto, al massimo in piedi, ma fermo, più specie vegetale che animale.

Sai che ti stai movendo, ma i tuoi muscoli non lo sanno.  Per assurdo dopo tutto questo tempo perso negli spostamenti, negli ingorghi del traffico caotico metropolitano, si può perdere altro tempo nell’ambiente chiuso di una palestra facendo esercizi fisici con una serie interminabile di macchine, per recuperare una ideale forma fisica, mentre per quella mentale non ci soccorrono né le macchine né le pillole della felicità, per fortuna, se no ci saremmo già trasformati in perfetti polli da allevamento.

 

A quali pene siamo condannati in questi luoghi che chiamiamo città? 

Come possiamo colmare la differenza tra la pulsione ad una ancestrale dinamica vita negli spazi naturali ed aperti, e quella attuale, di intere vite consumate in gabbie di vetro e cemento?

Le strade sono invase dai veicoli, si cammina a piedi spesso rischiando per la propria incolumità.  Macchine ovunque, macchine su macchine e uomini schiavi dei bisogni delle macchine:  l’automobile, il computer, la rete telematica, un groviglio di oggetti e di merci in movimento, di flussi di informazioni spesso inutili e ridondanti.

In poche centinaia di metri, lungo una strada contiamo centinaia di automobili.  Quanto ci sono costate?  Quanto sono indispensabili?  Sovente rappresentano solo uno status symbol, uno dei tanti di cui ci facciamo carico.

Che senso ha pagare per non muovere le gambe usando il “mezzo”, e pagare ancora per fare movimento, per mantenersi in forma in una palestra facendo sport o sottoponendosi a cure dimagranti?

Abbiamo creato così i presupposti per un mondo a misura delle macchine e degli oggetti, non a misura di noi stessi.

 

I danni dell’assenza di uno mille diecimila progetti del processo insediativo umano non finiscono qui.  Non c’è un progetto, non c’è una visione né del presente, né del futuro.  Gli effetti negativi di questa unica causa sono innumerevoli.

Un ennesimo e macroscopico effetto è che stiamo asfaltando il pianeta e cementificando i terreni più fertili e necessari per il nostro sostentamento.

La logica grottesca sottesa a tutto questo è di potere un giorno andare persino al water closet  con il proprio automezzo!

E’ del 2001 l’articolo di Lester R. Brown direttore del Worldwatch Institute di New York che denuncia come l’umanità stia asfaltando un intero pianeta:  automobili e campi di grano competono per la terra.  E finora pare che in questa competizione vincano solo le automobili. 

Difatti l’asfalto destinato a strade e parcheggi ha divorato finora milioni di ettari di terreno, inclusi i terreni più fertili, un fenomeno che si sta estendendo anche ai cosiddetti Paesi del Terzo Mondo e ovviamente a tutti quelli emergenti.  Secondo Lester Brown la superficie riservata all’asfalto nei Paesi più industrializzati è ormai dello stesso ordine di grandezza – parliamo di superfici di milioni di ettari -, della superficie destinata all’agricoltura. In questo modo si possono capire le parole dell’ambientalista Rupert Cutler: “asphalt is the land’s last crop”, l’asfalto è l’ultimo raccolto della Terra. [76]

 

A cosa serve tutta questa attenzione alla mobilità?

La soluzione alternativa che si prospetta non è estrema.  Non è quella di andare tutti in bicicletta come ad Amsterdam o come in Cina una volta, e non è neanche l’offerta di servizi di trasporto pubblico a prezzi irrisori.  L’errore reiterato è che non si agisce simultaneamente sulle infrastrutture di trasporto e sull’organizzazione del territorio.

La separazione fra questi due sistemi si paga cara, perché quelli che sembrano essere entità diverse trattabili separatamene in tempi modi e sedi differenti sono due aspetti di uno stesso processo, il processo di antropizzazione del mondo naturale, cioè un habitat che non è più quello che ci ha dato la natura, ma è quello che noi – parte della natura – ci diamo.

L’organizzazione del territorio, la struttura degli insediamenti e delle attività produttive, la struttura dei trasporti, non sono altro che aspetti particolari dei modelli abitativi da noi elaborati.

 

Se andiamo in giro per il mondo alla ricerca di questi modelli abitativi purtroppo riscontriamo che circa la metà della popolazione mondiale utilizza un unico modello che non funziona.  Un modello che, quando pure sembra essere efficiente, ha dei costi energetici e psicologici elevatissimi:  la città.

E’ un modello che può andar bene per le popolazioni di locuste destinate ad una rapida ascesa ed un rapido declino.

Non può andar bene per una specie vivente, la nostra, che ha la possibilità di programmare e mutare la propria organizzazione sociale e l’organizzazione del proprio habitat.

 

Una delle cause che contribuiscono al persistere del modello città sono le grandi aspettative riposte dalla gente (governanti, dirigenti, amministratori, istituzioni, cittadini) nelle possibilità offerte dall’innovazione tecnologica e dal progresso scientifico.

In generale si ritiene di poter risolvere ogni problema - incluso quello abitativo – esclusivamente utilizzando tecnologie innovative.

Ma fare architettura, ovvero decidere da uomini come vivere nel mondo, non è solo fare tecnologia dell’architettura.  Così il risultato finale è sempre parziale, e ci porta a dover affrontare nuovi e più complessi problemi, lasciando dietro una scia di problemi mai risolti.

 

Abbiamo creato le macchine per liberarci dalla schiavitù del lavoro e servircene per addomesticare l’ambiente.

Affinché nella simbiosi uomo-macchina l’uomo non divenga servo dei suoi servitori – le macchine appunto – bisognerà fare in modo che queste vengano integrate nell’architettura, e dove possibile, persino abbandonate.

Attualmente invece si continua a pensare di poter convivere con la tecnologia moderna semplicemente calando i singoli nuovi elementi tecnologici in una realtà insediativa millenaria, in contenitori architettonici indifferenziati.

 

Se esaminiamo la struttura di una città, e ciò è più accentuato in una grande città o in una conurbazione di metropoli per motivi dimensionali, riscontriamo ovunque due caratteristiche essenziali.

  • La bidimensionalità dal punto di vista spaziale e organizzativo:  la terza dimensione, quella verticale è sfruttata poco e male.  Perché male?  Perché anche quando è sfruttata, per esempio in un grattacielo per il terziario o in un edificio residenziale a torre, si riscontra quasi sempre la ripetizione della stessa funzione architettonica in verticale:  dieci, venti, trenta piani tutti adibiti allo stesso scopo – uffici, residenze che siano.
  • La serialità come caratteristica onnipresente nel processo di crescita urbano.  La città cresce per addizione di pezzo a pezzo.               Non essendovi una sistemica dietro a questo fenomeno, non si riesce a creare una reale organizzazione del territorio.

 

Come diceva Luigi Pellegrin, si tratta come già detto di “una somma che non si somma”, nel senso che ci ritroviamo con 30-100-10.000 parti perfettamente in accordo con le regole della matematica, ma niente di più.

Così come nel mondo naturale, in architettura uno più uno non può fare solo due, ma dovrebbe fare tre, quattro, molto di più.  

Stiamo parlando quindi di sinergia.  I singoli componenti urbani devono produrre qualcosa di più, funzionare a più livelli, essere lo spazio fisico, il terreno adatto allo sviluppo di processi più vasti e più complessi (economici, sociali, culturali, cioè motivo di bellezza).

In Natura due esseri viventi, un batterio, una pianta, possono dar vita a diversi o a nessun essere vivente.  Il modello Città – o habitat-città, come lo abbiamo qui ribattezzato -, è un modello di crescita urbana e di organizzazione dell’ambiente del tutto sterile e macchinale:  i suoi elementi costituenti sono tutti separati l’uno dall’altro!

 

In nome della salubrità, come il maggiore soleggiamento, ventilazione, igienicità, e una marea di altre regole arbitrarie, l’urbanistica moderna razionalista ha allontanato gli edifici l’uno dall’altro e li ha segregati l’uno dall’altro interponendo squallidi e costosi prati “terra di nessuno”, con incredibile spreco di terra fertile.  In nome di tutto questo, la modernità ha creato il totale scadimento dell’architettura:  la più potente tecnologia che si conosca, quella moderna, ha prodotto la più squallida architettura di tutti i tempi, dalle periferie di Mosca a quelle di Parigi, dalle “casette delle bambole” prefabbricate statunitensi, fino alle terribili casette abusive “autocostruite” [77] di molte periferie italiane, che hanno deturpato per sempre il Bel Paese.      [ omissis ]

 

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Verso un Altro Habitat - versione 035.pd[...]
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[76] L’articolo di Lester Brown in questione era “Paving the Planet: Cars and Crops Competing for Land”, WorldWatch Issue Alert, 14 febbraio 2001;  l’articolo riportava anche dati quantitativi ed era disponibile sul web fino al 2012 almeno a questi due indirizzi internet:

“www.earth-policy.org/plan_b_updates/2001/alert12“,

oppure: “www.sustainablecitynews.com/paveplanet.html“.

[77] "Autocostruite” un fico d’India, perché non c’erano solo case veramente autocostruite, ma c’era tutto un universo di piccoli palazzinari, forse meno industriali delle grandi società immobiliari, però con lo stesso risultato di ricoprire la terra di una crosta di anonimi casette tutte diverse, ma tutte terribilmente uguali.  E a monte di tutto questo uno Stato latitante che nemmeno è risuscito ad impedire tutto questo, e ancor prima, che non ha fatto nulla per impedire le lottizzazioni abusive camuffate da fornitura di piccoli lotti di terreno a coltivatori diretti, i quali appunto tali non erano, bensì si sarebbero rivelati come una nuova generazione di “piccoli palazzinari”, più distrottori del Bel Paese di quanto non lo fossero stati fino a quel momento i grandi immobiliaristi.

[ omissis ]

 

S.I.A.E. tutti i diritti riservati © Dott. Arch. Michele Leonardi

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