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Verso un altro Habitat  - Vol. I, Cap. 1

Vogliamo un Altro Habitat?

un e-book di Michele Leonardi

 

 

Alla fine del XVIII secolo l’economista inglese Thomas Robert Malthus nel suo An Essay on the Principle of Population, as it Affects the Future Improvement of Society, prediceva un sicuro avvenire di miseria per tutta l’umanità.

Il cosiddetto principio di Malthus afferma che la popolazione tende ad aumentare rapidamente secondo una progressione esponenziale, mentre la disponibilità di risorse cresce lentamente in modo costante, secondo una progressione lineare.

In breve secondo questo principio la crescita numerica della popolazione umana non sarebbe accompagnata da una concomitante capacità della stessa popolazione di rendere disponibili per ciascun individuo adeguati mezzi di sussistenza.

Di qui nascerebbe un’insufficienza di beni di prima necessità indisponibili per tutta la popolazione, carenza che sarebbe stata sanabile secondo il Malthus solamente con il matrimonio ritardato, oppure, conseguentemente, con guerre, carestie ed epidemie.

Non serve un diagramma grafico per capire che se asfaltiamo e cementifichiamo i terreni più fertili, che si trovano spesso proprio vicino alle grandi città, se peschiamo tutto il pesce pescabile senza alcuna regola, incediamo foreste direttamente, o indirettamente, [1] con i nostri consumi sfrenati, prima o poi in nome della crescita economica faremo la stessa fine che fecero gli abitanti dell’Isola di Pasqua.

Perciò non si vuole qui mettere in dubbio il solido legame esistente tra popolazione umana e disponibilità di risorse, tra uomo e ambiente, né discutere intorno al problema del controllo delle nascite, problema dei problemi insieme a quello del pericoloso binomio tecnica-neoliberismo, ossia capitalismo senza regole, abbinato alla tecnica al servizio di sé stessa.

Si vuole invece evidenziare come contrariamente ad ogni tipo di realistica previsione sul destino tragico dell’umanità, siano passati altri Due Secoli dal 1798, cioè dall’anno della pubblicazione del saggio malthusiano, e le più o meno esplicitamente annunciate apocalissi non hanno avuto luogo.  Solo una questione di caso o fortuna, o c’è dell’altro?

La fine non è ancora arrivata per le civiltà dell’uomo, ma L’Apocalisse è in atto. 

Viviamo in un’epoca di grandi trasformazioni economiche sociali politiche, e la fine del mondo è sempre in agguato: ora sotto forma di guerra nucleare, ora come pesti del nuovo millennio, oppure di esaurimento delle risorse minerarie,[2] di influenza aviaria e quant’altro ancora di imprevedibile.

La lista sarebbe molto lunga. Il crollo delle borse di tutto il mondo, l’impatto sul nostro pianeta di un asteroide di pochi chilometri di diametro le cui polveri oscurerebbero per lungo tempo il cielo [3], una inarrestabile pestilenza dovuta a un retrovirus attualmente latente in qualche residua foresta equatoriale, oppure un batterio quiescente tra i ghiacciai, un conflitto nucleare progressivo iniziato con un falso allarme, la degradazione e il collasso dei grandi sistemi di cui ha bisogno la sofisticata civiltà contemporanea [4], la proliferazione delle armi chimiche, e di nuovo di quelle nucleari, l’esaurimento dei combustibili fossili,[5] l’effetto serra e l’innalzamento delle temperature medie su scala planetaria con conseguenti fenomeni atmosferici estremi:  siccità, alluvioni, tornado, grandine grossa come palle da golf, oppure la liberazione in atmosfera degli idrati di metano, fino allo scioglimento della calotta polare antartica e all’innalzamento del livello del mare di decine di metri.

 

E’ così che la civiltà dell’uomo è spada di Damocle di sè stessa, ed è fonte di nuove spaventose estinzioni di massa per le altre specie viventi alla sua mercé.  Questo è il prezzo da pagare in nome di una crescita economica fuori controllo, apportatrice di un benessere materiale tutto basato sul consumismo e l’eccesso, fuori da ogni logica di buon senso.  Una diffusione della ricchezza che non ha certo portato le persone e i popoli ad essere migliori e più felici di prima, quanto semmai ad essere più avidi e incontentabili di prima per via dell’emulazione di stili di vita falsi e disumani, ma ritenuti vincenti.

 

Dopo gli orrori dei campi di sterminio nazifascisti e di quelli comunisti stalinisti, l’abominio inenarrabile dei lager e quello dei gulag, l’umanità ha varcato nel secolo scorso un’altra soglia estrema. Dal giorno dell’esplosione della prima bomba atomica nel deserto del New Mexico è l’uomo il semidio responsabile della vita e della morte su questo pianeta. 

 

Nell’aprile del 1999 nonostante tutti questi pericoli e tutte queste avversità, la popolazione mondiale ha ufficialmente raggiunto la ragguardevole cifra di sei miliardi di persone [6], mentre a un solo un decennio circa di distanza, e verso la fine del 2011, siamo arrivati a ben 7 miliardi di persone.

Evidentemente non è esattamente tutta una questione di caso fortuito.

Forse la nave finora un qualche timone lo ha sempre avuto.

Questi sette miliardi di individui, e coloro che li hanno preceduti, non sono mai stati miliardi di pezzi di materia inerte in attesa di un destino inevitabilmente catastrofico.  Si è sempre potuto contare sul non conformismo di molti di Loro, e in fondo di tutti coloro che li hanno seguiti.  E poi, se parliamo di disponibilità di risorse, di quali risorse stiamo parlando? Petrolio, carbone, uranio?

Il petrolio ai tempi del Malthus giaceva sottoterra ed era considerato una risorsa di scarsa utilità, o comunque con un utilizzo molto limitato presso alcuni popoli.

Sì, il XX Secolo è stato il secolo dell’energia a buon mercato, dell’abbondanza, grazie al petrolio, ma prima ancora, prima della rivoluzione industriale, neanche il carbone era una risorsa energetica sfruttata.  Nel Medioevo si usava diffusamente il carbon fossile? No. I Romani usavano il carbon fossile per riscaldare l’acqua delle loro terme?  No, distruggevano foreste, o al più avrebbero potuto produrre carbone da legna, con il risultato in ogni caso di distruggere lo stesso un gran numero di foreste.

Anche l’olio nero ha a suo tempo fatto fatica ad affermarsi come valida alternativa al carbone.  Quindi non sono solo le fortunate coincidenze a rivoluzionare le civiltà, ma soprattutto gli uomini di quelle civiltà.

La vera risorsa è la nostra umanità, la nostra intelligenza, i nostri patimenti dell’animo, la nostra ambizione a varcare il baratro, forse anche la paura, quando è paura della morte e non della vita, il nostro essere ed esserci in pieno, fino all’ultimo istante.

Come giocatori d’azzardo le società contemporanee, per nulla omogenee culturalmente, dall’Oriente all’Occidente, dal Sud al Nord del mondo, stanno rilanciando da decenni la posta in gioco.  Si perde?  Dov’è il problema, la soluzione è giocare al rialzo con somme sempre maggiori, indebitandosi con il futuro, ossia erodendo le risorse non rinnovabili del pianeta, ottenendo credito su cose che ancora non esistono, e che forse non esisteranno mai.

Da qualche parte dovrà pur corrispondere a tale azzardo un qualcosa di reale: un effetto. Ed infatti ecco che cosa corrisponde:  il collasso e la distruzione degli ecosistemi, le estinzioni di migliaia di specie viventi in pochi decenni. [7]  La Terra sta pagando per ora il prezzo dei nostri errori e soprattutto il prezzo della nostra irresponsabilità.  Non c’è un coordinamento politico mondiale, l’O.N.U. è una barzelletta, lì gli stati non si accordano su niente, non si accordano su alcuna seria forma di cooperazione che abbia a cuore il futuro dell’umanità, un futuro non solo pacifico per tutti, ma “un futuro”.

In questo momento ciò che accomuna tutti i popoli, dittaturine, democrazie mercantili od oligarchiche, paesi ex comunisti e comunisti resudui, teocrazie, monarchie o monarchie costituzionali, sono essenzialmente due cose:  l’aria che respiriamo, o meglio l’atmosfera terrestre, e gli scambi, cioè il denaro.

La conclusione è che non c’è un progetto di grande respiro.  Il denaro è una strategia? Il saccheggio occulto è una strategia? Le locuste hanno una strategia? In questo momento ci stiamo comportando come le cavallette.  Sciamiamo come locuste divorando voracemente tutto quello che ci capita a tiro, chi sfortunato emigra per disperazione, chi fortunato gioca al turista, chi se ne sta a casa sua ed importa e fagocita le cose più frivole (pseudo-afrodisiache corna di rinoceronte, un pitone da salotto, ecc.), ma il danno è lo stesso:  siamo troppi,[8] anche se quello della attuale sovrappopolazione è un falso problema, mentre è vero invece che siamo avidi in troppi, e troppi se ne aggiungono giorno dopo giorno.

 

In questo contesto persino le opere caritatevoli sono sì irrinunciabili e lodevoli, ci rendono più umani e fratelli, o ci avvicinano a Dio per chi è credente, sono sì una grande speranza, ma ancora manca un progetto per Noi e per la Terra.

Aiutiamo le popolazioni in difficoltà con medicine, volontariato, derrate alimentari, e così il problema si sposta in genere solo un po’ più in là nel tempo.  La verità è che queste genti continuano a crescere in modo esponenziale anno dopo anno, ed in capo ad una generazione, se non si adottano strategie di lungo periodo, tra cui l’istruzione diffusa e per tutti, il problema si ripresenta:  deforestazioni, siccità, desertificazioni, carestie, guerre fratricide interetniche, epidemie.  Così, per guadagnarci un posto in paradiso, andiamo in giro per il mondo a creare spesso più problemi di quanti veramente ne risolviamo con i nostri aiuti.

 

Mentre la nave affonda si può pure immolare la propria vita per salvare altre persone, ma dobbiamo – oltre a continuare ad aiutare i più deboli -, cercare di fare in modo che questa nave non affondi!

Se i popoli della Terra fossero dotati di buon senso, anziché spararsi a vicenda o anestetizzarsi il cervello davanti ad un televisore, una partita di calcio, un computer, ed altre amenità più di lusso, dovrebbero rimboccarsi le maniche e tappezzare il pianeta di pannelli solari e fotovoltaici, costruire ferrovie, e abolire tutti quelle abitudini sbagliate e quegli sprechi di beni e energia che ci stanno portando velocemente verso un punto di non ritorno.

Come dicono in molti, la crescita economica, lo sviluppo, è il problema dei problemi, che ci sta portando dritti verso il collasso, mentre la soluzione sarebbe l’esatto contrario, ossia proprio la decrescita economica e il cosidetto “sottosviluppo”, con una netta riduzione dei consumi superflui. Non abbiamo affatto bisogno di consumare sempre di più per raggiungere una felicità materiale fugacissima ed illusoria.   [ omissis ]

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[1] "Incendiamo foreste direttamente" come umanità, o meglio: lo fanno determinate popolazioni locali non autoctone, per es. in Brasile, e in tanti altri luoghi, per far posto a nuove coltivazioni e pascoli; oppure "indirettamente", perché come consumatori siamo in parte responsabili di ciò che può succedere altrove, dato che spesso ai nostri livelli di consumo eccessivo può corrispondere altrove la distruzione mediante incendi di immense aree di foreste tropicali, per far posto all'allevamento del bestiame o a monocolture.  Altri incendi vengono provocati nelle foreste di conifere, quelle siberiane, per altri scopi, legati all'industria del legno.  Quindi il nostro bel parquet di casa, oppure la nostra buonissima bistecca, possono essere la conseguenza della distruzione di intere foreste, dato che siamo nell'insieme miliardi di "innocui" innocenti consumatori.  

Appunto, i nostri comportamenti come consumatori sono innocui per modo di dire.

[2] Sebbene possa sembrare un libro votato al pessimismo, si veda di Ugo Bardi:  “La Terra svuotata. Il futuro dell’uomo dopo l’esaurimento dei minerali”, Roma, 2011, in cui l’autore espone una strategia praticabile e vincente di fronte  a questo grande problema in arrivo.

[3] Vedi ad esempio, sulle possibili catastrofi naturali incombenti sulla Terra, del geofisico inglese Bill McGuire: “Guida alla fine del mondo”, Raffaello Cortina Ed., Milano 2003.

[4] Sempre attuale ed illuminante a proposito, “Il Medio Evo Prossimo Venturo” di Roberto Vacca, che ringrazio per avermi fatto pervenire essendo esaurito nelle librerie, un libro sempre attuale per capire meglio il mondo contemporaneo, e fondamentale per via delle tematiche in esso affrontate; Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1971 – 2000.

[5] Riferimenti sull’esaurimento delle riserve di combustibili fossili e alternativi: di Richard Heinberg: “La Festa è finita”, Fazi Editore, Roma 2004;  di Paul Roberts: “Dopo il petrolio”, Einaudi Ed., Torino 2005.

[6] Si tratta in entrambi i casi di una stima, non essendo possibile per svariati motivi stabilire con certezza il giorno in cui tali numeri sono stati raggiunti.

[7] Su “Come le società scelgono di morire o vivere”, di Jared Diamond “Collasso”, Einaudi Ed., Torino 2005.

[8] Sul fenomeno demografico e i limiti dello sviluppo: di Giovanni Sartori: “La terra scoppia – sovrappopolazione e sviluppo”, Rizzoli Ed., Milano 2003; e, fondamentali, di Donella Meadows e AA.VV.:  “Rapporto sui limiti dello sviluppo”, commissionato al Massacchuset Institute of Technology dal Club di Roma, 1972, e aggiornamenti successivi del 1992 e 2004.

   [ omissis ]

 

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