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VERSO UN ALTRO HABITAT

36 progetti e realizzazioni di

Luigi Pellegrin architetto

un e-book di Michele Leonardi

 

 

Introduzione

Verso un altro habitat - Volume I

 

 

 

VIENE spontaneo credere che la Città sia un invincibile riflesso della civiltà dell’uomo.  Lo schema urbanistico stigmatizzato da Ippodamo di Mileto più di  2000 anni fa, e qui ridotto a pura griglia di lottizzazione – cioè senza nemmeno gli ambiti per il sociale -, sarebbe insito nell’operare di tutte le società, un fatto naturale e inevitabile così come l’edificio-scatola.  Due modelli abitativi, quello della città a schema ippodameo e quello dell’edificio-scatola, apparentemente pratici, economici e “a misura d’uomo”.

              1 - Veduta zenitale della griglia di un quartiere di Los Angeles.

 

               2 - Veduta notturna dei grattacieli della city di una megalopoli.

 

              3 - Sobborgo della metropoli di Detroit caratterizzato da edifici

                   residenziali a bassa densità abitativa.

 

              4 - Containers accatastati nel porto di Singapore.

5 - Tipici edifici residenziali a torre di Hong Kong ad alta densità abitativa, dovuta all’esiguità di spazio disponibile in questa città, ma comunque rappresentativi della normale prassi edificatoria in tutto il mondo.

 

 

 

CIO' che accomuna questi insiemi di edifici con l’insieme dei containers è il loro  grado di organizzazione spaziale e funzionale. In particolare i containers sono contenitori standardizzati di merci che nel caso del porto attendono di essere smistati verso altri luoghi.

Il problema è che lo stesso trattamento, di puri  oggetti  accatastati l’uno accanto e sopra l’altro, viene riservato agli edifici  cittadini, cioè ai componenti  dell’habitat “città”. E’ lo stesso grado di  organizzazione che in genere riscontriamo in una libreria, in un cimitero, in un parcheggio di automobili.  E' la logica del pezzo, degli elementi isolati tra di loro ed in competizione tra di loro, è la logica della "somma che non si somma", è la prassi delle individualità che non collaborano a formare sistemi più vasti e più complessi. E' in ultima analisi la logica dell'essere umano equiparato ad un elemento passivo, trattato come un oggetto qualsiasi da mettere dentro un contenitore insieme ad altri oggetti.

L’appiattimento culturale mondiale e il conformismo imperante oggi più che mai, fanno sì che questo modo di abitare la Terra appaia come un destino ineluttabile per l’uomo contemporaneo e le generazioni a venire.

Ma non è così.  Abbiamo a che fare con dei vecchi schemi mentali, false credenze, concezioni e norme consuetudinarie inadeguate come la zonizzazione urbanistica, di cui potremmo liberarci per sempre senza alcuno sconvolgimento particolare.  Gli strumenti ci sono, chi è del settore lo sa bene e da un bel pezzo, però manca la volontà politica, in un mondo dominato dall'anarchia conflittuale ed incoerente, in altre parole disumana ed alienante, delle oscure forze di mercato.  Oscure, perché dietro di esse non c'è un disegno, un'intelligenza, un progetto, bensì il caso, cioè il profitto particolaristico ed asociale fine a se stesso, qualcosa di non direzionato da una volontà collettiva, ovvero politica, di qualsiasi genere.  E quindi in termini umani stiamo parlando del nulla.  Salireste mai su di un'automobile col volante guasto? E su di una nave col timone rotto?

Di recente in molti hanno visto la salvezza dell'urbanistica e dell'architettura nella bioarchitettura e nello sviluppo compatibile con l'ambiente.  Sorvoliamo su tanti progetti leziosamente ingentiliti da verde e verdure traboccanti da tutte le parti.  Va bene, sì, la natura è maestra, da essa traiamo sempre qualche nuovo insegnamento, però alla fine otteniamo null'altro che mera tecnologia, se il nostro agire è limitato a questo ambito.  Per fare un esempio, noi possiamo ideare un'automobile con un motore più efficiente, meno dispendioso dal punto di vista energetico, con minore impatto ambientale in termini di materiali utilizzati e di rilascio nell'ambiente di sostanze nocive, tuttavia il risultato finale sarà sempre un'automobile, non certo qualcosa di innovativo. Così non si uscirà mai dalla logica del pezzo, ed il sistema complessivo rimarrà invariato.  Invece è possibile uscire da questo circolo vizioso, gli strumenti ci sono già oggi, e sono più mentali, di forma mentis, che materiali.

Miliardi di vite umane spese inseguendo una chimera, ovvero una felicità che non potrà mai essere raggiunta, inseguendo l'ennesima moda e l'ennesimo status symbol, cercando di adattarci ad una realtà non umana, quella dell'habitat-città, una abominevole lotteria dove pochissimi possono vincere. Ricordiamoci che in natura vince la cooperazione, non la competizione: il darwinismo sociale non è affatto una legge di natura.

 

 

 

VERSO l'inizio degli Anni '80, guarda caso con l'avvento del neoliberismo economico, tutta la ricerca in fatto di abitare e costruire ha subito una battuta di arresto, e si è passati al disimpegno: era nato il Postmodernismo.  D'improvviso qualsiasi precedente ricerca in termini di innovazione tipologica, in termini anche di visione, è stata bollata come utopistica. Ad esempio, cosa è successo a James Stirling, uno dei maestri dell'architettura moderna, del XX secolo, passato dalla Seeley Historical Library di Cambridge, alla Neue Staatsgalerie di Stoccarda?  

Entrambe sono opere sue, il primo edificio è del 1968 e il secondo è del 1984. Eppure sono due tipologie e due architetture stellarmente lontane l'una dall'altra, e soprattutto manca un passaggio intermedio, il quale non è banalmente il lasso di tempo che li separa, cioè 16 anni, per altro non molti.  Manca questo passaggio intermedio semplicemente perchè c'è stata una cesura, una ritirata non strategica, un abbandono delle armi, una vera e propria fuga dalla realtà.  Un disimpegno non solo di Stirling, ma praticamente di tutti gli architetti del tempo, escludendo ben pochi, come Renzo Piano o Richard Rogers (al tempo etichettati però come "high-tech"), Moshe Safdie, Lucien Kroll, Paolo Soleri (bollato come utopico), lo stesso Luigi Pellegrin e pochi altri, il quali non avevano ceduto alle delizie ludico-ricreative del postmodernismo. Guardiamo ad esempio alla Fabbrica di Ceramiche Solimene a Vietri sul Mare, progettata da Paolo Soleri:

... Vi sembra forse un'architettura utopica, cioè irrealizzabile? Invece è stata realizzata nel 1953 e dopo tanti anni è ancora in funzione!!! Solo un grande stupido si può permettere di dire che le sue architetture sono utopiche! Ovviamente non è affatto un'utopia, giacchè quest'opera è stata realizzata. Eppure alcuni hanno definito Soleri un utopista. Certamente per una società sterile tutto è impossibile, tutto è utopia. Invece la nostra immensa risorsa è il pensiero umano, non l'oro nella miniera o il petrolio sottoterra. Infatti è l'uomo che ha dato un valore d'uso all'oro, al petrolio, ecc. Il petrolio giaceva sottoterra da sempre, ma è stata l'umanità a renderlo una risorsa.  Allora: quante altre risorse potremmo attivare, come società umana, se solo lo volessimo?

 

 

 

COSA possiamo noi fare oggi?  Possiamo dimenticare tutti i formalismi, vecchi e nuovi: Postmodernismo, in realtà già caduto nell'oblio da decenni, Decostruttivismo, la retorica del falso Verde insipidito di verdure, come i pretestuosi prati incollati sulle superfici verticali degli edifici.  E possiamo riprendere la ricerca là dove è stata interrotta.  Ma possiamo fare pure di meglio, ovvero possiamo imparare qualcosa da coloro che non hanno mai interrotto quella ricerca: Paolo Soleri, Moshe Safdie, Lucien Kroll, Richard Rogers, Gernot Minke, Cesare Rocchi, pochi Altri ancora, e ... Luigi Pellegrin.  Non è forse la cosa più semplice e ragionevole da farsi, non disperdere quel patrimonio di conoscenze ed esperienze che essi hanno maturato con grande coraggio, sforzo e ingegno?

 

      M.L.

 

 

 

 

Prefazione

Verso un altro habitat - Volume I

 

 

 

Questo libro online tratta dei modelli abitativi innovativi e della architettura sistemica in generale, nonché dell'architettura sistemica ed organica di Luigi Pellegrin.

Che cosa sia l'architettura sistemica - non mi riferisco difatti alla semplice prefabbricazione -, il lettore potrà capirlo da solo leggendo questo dattiloscritto, il quale si compone di due parti, una complementare all’altra.

 

 

IL volume primo – il quale potrebbe intitolarsi “Verso un altro habitat” e basta -,  è il testo vero e proprio, in cui sono riportati determinati concetti sviscerati e descritti in modo che siano comprensibili pure da parte dei non addetti ai lavori. Questa prima parte serve anche ad introdurre in una certa misura alle opere e al pensiero di Luigi Pellegrin, ovviamente mutuato ed integrato con quelle che sono le mie opinioni e convinzioni, a meno che non sia stato da me chiaramente specificato che si tratta del Suo pensiero.  E’ quasi inutile sottolineare che il rinnovo urbano non è una dimensione a sé stante del fare architettura, e rientra quindi senza soluzione di continuità nell’ambito della definizione di nuovi modelli abitativi, cioè rispondenti alle esigenze dell’abitare contemporaneo, ma secondo una norma che è quella della misura umana e non quella dei tempi e dei modi delle macchine.

 

IL secondo volume – che si potrebbe intitolare solo come “36 progetti e realizzazioni di Luigi Pellegrin architetto” -, contiene le illustrazioni, o meglio i disegni e i documenti che illustrano 36 particolari progetti e realizzazioni di Luigi Pellegrin  (ben poco in realtà rispetto alla sua vastissima produzione vulcanica, e chi conosce bene le sue opere sa di cosa parlo), i quali dimostrano più di mille parole cosa io intenda per "architettura sistemica".  Nel caso di Luigi Pellegrin si tratta non solo di architettura sistemica, ma anche organica.  Tuttavia per afferrare appieno il significato di queste ultime mie parole bisogna leggere il testo, il primo volume, il quale chiarisce l'accezione che se ne è data.

 

Hello Dave !

I was born on May 18th, 2012

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